Le biblioteche dei morti

Nelle librerie d’occasione e sulle bancarelle dell’usato comincio a vedere intere biblioteche che hanno un’aria familiare: sono i libri che leggevo, che avrei voluto leggere, che mi pareva necessario leggere, a venti-trent’anni. Mi fa una certa impressione vederli riapparire all’improvviso e tutti assieme. Opere che fecero o che contribuirono a fare – e che ancora rappresentano – la cultura della mia generazione, anno più anno meno.

Sono i lavori dei nostri padri e maestri, molti dei quali oggi quasi completamente dimenticati, nel senso di calati al di sotto dell’orizzonte culturale contemporaneo, ammesso che ne esista uno. Credevamo che la verità fosse racchiusa nei libri: bastava procurarseli, aprirli, leggerli. Avevamo il mito della scrittura saggistico-filosofica e cercavamo anche noi, segretamente, di scrivere. Erano per lo più frammenti di vagheggiate opere complesse. Non andavamo mai oltre la seconda pagina di quadernoni a spirale, lasciati poi intonsi e inevitabilmente ritrovati a distanza di anni.

Il mio primo pensiero è che i titolari di queste biblioteche non se ne siano volontariamente sbarazzati: non è il tipo di libri che dai via (oppure sì?). È più plausibile che siano invece morti. La mia generazione comincia ad andarsene. Lo dimostra la morìa di artisti pop-rock del secolo scorso, avanguardia di un’estinzione naturale, che probabilmente comincia a saldare il conto di una giovinezza di eccessi.

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Silenzi

di Roberto Pecchioli *

Ma poi, perché i più giovani dovrebbero discutere con le generazioni più anziane ? L’orientamento comune, accettato per ripetizione coattiva, è che le idee nuove sono sempre migliori di quelle vecchie, esattamente come le merci.(sottolineatura nostra)

Non è così, non può esserlo. Il silenzio delle generazioni non è solo il solipsismo di chi vive la vita con le cuffie dell’I-Phone, scambia la vita con l’acquisto, gioisce dei “mi piace” sui post di Facebook o del volo a basso costo che è riuscito a prenotare online, o, per converso, quello di chi crede di aver esaurito i propri compiti con il mantenimento economico dei figli e con i sì pronunciati dinanzi ad ogni richiesta .

I giovani hanno anche bisogno di maestri, modelli, persino di eroi, e devono essere persone che riconoscono, in cui possono identificarsi. Ben triste è stato l’esito della famosa e fortunatissima frase di Bertolt Brecht “Fortunato quel popolo che non ha bisogno di eroi”. Esauriti i modelli, screditati gli eroi, resta il vuoto, il silenzio di chi non domanda più anche perché sa che non avrà risposte .

Non è troppo diverso il surreale mutismo ipermoderno che Antonioni aveva sublimato nelle inquadrature straniate e nelle interminabili, snervanti sequenze dei suoi film.

La fotografia in Antonioni from fuori quadro on Vimeo.

*estratto da http://www.maurizioblondet.it/silenzio-le-generazioni-lautismo-ipermoderno/