Il diavolo probabilmente

Diceva l’esponente della rivoluzione conservatrice Arthur Moeller Van Den Bruck che la democrazia è la partecipazione di un popolo al suo destino. Non c’è popolo, non c’è destino nella fuga, nel riflusso, in un individualismo e in una sfera privata che la nostra epoca non permette. Ma un popolo ha un destino se si considera tale, se possiede il senso di se stesso. Quindi, basta con l’accettazione difensiva della narrazione altrui.

Non esiste un mondo a misura unica, assurdo considerarsi cittadini del mondo. La stagione migliore della destra è stata sempre all’insegna dell’amore della libertà come opportunità e responsabilità. Dunque, bisogna dare battaglia sul terreno delle leggi liberticide. Non ci possono essere parole, convincimenti, giudizi proibiti: solo la violenza va espulsa dal terreno pubblico. La spiritualità, la religione non sono fatti privati, come vuole la liturgia liberale, ma elementi costitutivi della condizione umana. La famiglia naturale è quella aperta alla vita, formata da uomo e donna, secondo il progetto di natura e biologia, fatto salvo il diritto degli adulti consenzienti di comportarsi come credono tra le lenzuola. I sessi sono due, non quattro, sette o ventidue. Gli uomini sono diversi tra loro per capacità, volontà, etnia razza: uguale è la dignità iniziale dell’essere umano. Le comunità che essi formano a partire dall’ appartenenza territoriale, culturale, linguistica, etnica, spirituale meritano di essere conservate e trasmesse alle nuove generazioni. La convivenza tra gli uomini non può essere regolata solo da norme contrattuali, La realtà esiste, è oggettiva e la natura supera la cultura: dunque l’uomo e la sua tecnica non sono padroni della vita, non possono decidere autonomamente al posto della biologia. Esistono alcune invarianze che diventano principi etici naturali, iscritti nel cuore dell’uomo.

Il legato culturale che possiamo attribuire alla destra è immenso: perché sprecarlo, barattarlo con la sola legge del denaro e del mercato? Soprattutto, perché la destra (politica) ha tanto fastidio per la cultura, ovvero per la diffusione della conoscenza, se uno dei suoi principi è (era?) la continuità, la volontà di trasmettere qualcosa? L’eredità non è un elenco di beni materiali da trasferire in proprietà, previo pagamento di un’imposta. Scriveva Tocqueville che il grado di libertà di una nazione può essere giudicato sulla base delle norme in materia di successione. Questo è senza dubbio vero se il criterio discriminante è l’avere, la materia. La destra ha sempre creduto più nell’essere che nell’avere, tenendosi a distanza dal materialismo. Almeno un tempo, prima di chiudersi nella gabbia liberale, che confonde ben-essere con ben-avere, merci, ossia prodotti, con beni, ciò che serve alla vita.

Disfacendosi del suo legato, ha offerto praterie immense della cultura agli avversari, trincerata nei listini di borsa e nella mistica dell’impresa. Ricordate le tre I di Berlusconi, Internet, impresa, inglese? Una penosa confusione tra mezzi e fini, la volontà di sciogliersi nell’indefinito globale a partire dalla lingua, le nuove tecnologie come scopi anziché mezzi con cui vivere meglio, conoscere di più, riflettere con cognizione di causa. Storia vecchia, purtroppo: l’egemonia sulla cultura, compresa da Antonio Gramsci come conquista progressiva delle coscienze, penetrazione nel profondo della comunità, è stata la chiave della sconfitta storica della Dc. Controllava le casse di risparmio e le camere di commercio, ma intanto il senso comune correva altrove, la società civile cambiava inesorabilmente i suoi principi.

DESTRA DEL DENARO; SINISTRA DEI COSTUMI. IL DIAVOLO, PROBABILMENTE.

L’Europa ripugnante

Se la civiltà è efficienza, la risposta è ovvia: tedeschi e olandesi sono più civili di spagnoli e italiani. Ma se la civiltà è il sentimento che modella la società, il centro che le dà forma, le cose stanno diversamente. In questa dicotomia tra efficienza (ragione strumentale, partita doppia, profitti e perdite) e sentimento (ragione morale, umanità, comunità) vi è tutto il conflitto tra due forme di civilizzazione. Affinché una società sia davvero civile, non è sufficiente che sia illuminata e tecnologicamente avanzata, serve comprensione reciproca tra i suoi membri, empatia, comunità. Quando Aristotele sottolinea la relazione tra l’emergere dei miti e la filosofia, afferma che la filosofia nasce dallo stupore, un sentimento che precede la ragione.  La gente ragiona su ciò che la attrae, che in precedenza ha generato un sentimento. Civiltà è, prima di tutto, prendere posizione.

Certo, il sentimento è solo un primo passo che la ragione deve valutare, perché, insegna la storia, non c’è nulla di più distruttivo del sentimento sbagliato. Ma quando scompare il sentimento che anima l’ascesa di una civiltà, la società si riduce a convivenza casuale in cui l’efficienza prevale su qualsiasi altro valore. Quindi, la civiltà può degenerare in barbarie come abbandonare gli anziani al loro destino perché, nell’impero dell’efficienza, l’età è un fattore determinante per il valore di una vita. Sono i sentimenti a collegarci con gli anziani e con i più giovani. Edmund Burke lo avvertì quando disse che quelli a cui non importa degli antenati non si preoccuperanno dei loro figli.

La perdita del sentimento porta al deterioramento delle relazioni umane. Da questo punto di vista, l’atteggiamento olandese è un fedele riflesso dell’uomo moderno, che, arrendendosi all’efficienza, decide di sacrificare gli anziani, freddamente, senza rimorsi o malizia. Dopotutto, la conoscenza della realtà materiale così com’è, senza valutare alcun principio, è conoscenza della morte. Non molto tempo fa la vecchiaia era ancora venerata come deposito di saggezza e legame con il passato, e salvaguardare gli anziani era segno di alta civiltà. Ora che la conoscenza è diventata universale e il passato è un onere irritante e sacrificabile, gli anziani sono identificati come una minaccia al mantenimento del benessere. Pochi se li caricano sulle spalle, conservando ancora abbastanza eroismo per non essere travolti dall’efficienza scientificamente programmata.

In questi giorni, tuttavia, stiamo osservando eventi sociologici apparentemente contraddittori. I tedeschi, di solito più riservati, escono su balconi e finestre per fraternizzare con i vicini, mentre gli italiani, così refrattari al distanziamento sociale, dimostrano una disciplina insospettata nell’ isolamento. Non è così strano. I tedeschi, di fronte a una concreta minaccia esistenziale, hanno sentito il bisogno di socializzare, mentre noi accettiamo il sacrificio perché sappiamo di tutelare noi stessi e gli altri. In entrambi i casi, ha prevalso il sentimento, unito a una dose di razionalità, o meglio di senso comune. E’ la civiltà millenaria dell’ ”animale sociale”, che sa di non potere vivere, sopravvivere ed essere felice da solo. Lo sapeva Aristotele già duemilacinquecento anni fa, ed è forse il senso profondo del “pensiero meridiano” del Sud Europa, evocato da Franco Cassano. Desta ripugnanza che non lo sappiano i civilissimi figli delle brume, reduci dall’avere affisso sulla porta della chiesa di Wittenberg le novantacinque tesi di Lutero, padre del soggettivismo, dell’efficienza individuale, della solitudine esistenziale, dell’etica “more geometrico” e del frigorifero dell’anima nordica.

L’articolo L’ EUROPA RIPUGNANTE. proviene da Blondet & Friends.

Socialismo

Gli strumenti di partecipazione popolare alle grandi decisioni sono esauriti o pressoché impossibili da concretizzare. Trionfa su tutta la linea la libertà dei moderni, teorizzata due secoli fa da Benjamin Constant. Liberazione dai vincoli, preferenza assoluta della dimensione privata, con il suo precipitato di indifferenza per il bene comune, egoismo, disinteresse per la cosa pubblica. La libertà e la democrazia degli antichi, al contrario, era soprattutto partecipazione, esercizio di responsabilità e decisione. Pessime cose, dal punto dei padroni del vapore. La democrazia, dunque, si è ridotta sempre più a vuota procedura, formalità, gioco di ruolo, circo equestre in cui si combattono non idee o progetti, ma gli interessi più potenti, industriali, finanziari, tecnologici. La politica scade ad amministrazione, il governo diventa governance, gestione.

Si finisce per dare ragione al vecchio Rousseau, allorché avvertiva che la democrazia rappresentativa e la sovranità popolare, vanto e fiore all’occhiello dei popoli d’occidente, funziona per un solo giorno ogni quattro o cinque anni.

Nel momento delle elezioni, il popolo esercita un fugace potere di scelta di rappresentanti, ai quali cede immediatamente le sue prerogative. Addio partecipazione, addio alla volontà generale, qualunque cosa voglia dire.

Per di più, pur essendo evidente l’impossibilità di fuoriuscire da forme di rappresentanza, e che il potere sarà sempre in mano a oligarchie, i sistemi democratici si impegnano con successo a negare se stessi. L’ingegneria politica applicata alle tecniche elettorali fa sì che vinca non la maggioranza, ma la minoranza meglio organizzata, che significa inevitabilmente la più ricca. Il potere del denaro svuota la democrazia, scriveva Giano Accame.

Oggi in nessun grande Stato occidentale è al potere chi rappresenta la maggioranza aritmetica non dei cittadini, ma dei votanti, che diminuiscono a ogni tornata. Donald Trump è stato eletto da circa il 25 per cento degli americani, la metà dei quali non si è recata a votare. Il recente, largo successo di Boris Johnson in Gran Bretagna è legato al sistema maggioritario inglese. Il partito conservatore ha ottenuto meno del 44 per cento dei voti, con un terzo dei britannici lontano dai seggi. Lo stesso in Francia e in Italia, dove è macroscopica la distanza dei partiti di governo dal sentire maggioritario dei cittadini. Incredibile il caso della Spagna: il governo è al potere nonostante non abbia conseguito la maggioranza parlamentare. Si regge sull’astensione di movimenti diversissimi e opposti. I due partiti di governo, i socialisti e i neo comunisti di Podemos non hanno che il 40 per cento dei voti; un terzo abbondante dei cittadini non ha votato.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-maggioranza-globalizzata-contro-la-democrazia

Censis

Per ragioni professionali ho sempre seguito il Censis e il suo rapporto annuale e quest’anno scopro che il sovranismo è diventato un disturbo mentale

(Non è un fake. Qui il link alla pagina).

L'immagine può contenere: testo

https://mauropoggi.wordpress.com/2019/11/26/il-dissenso-come-patologia-mentale-storie-di-ordinario-totalitarismo/

Quelli che…

Quelli che proprio mi fanno morire sono quelli che, nel nome della ‘soluzione d’insieme’, della ‘visione globale’, pensano di saltare a piè pari le politiche locali o nazionali.
Su una grande quantità di temi (immigrazione, ecologia) una parte ampia di pensiero sedicente progressista pensa di stare già all’altezza di questi grandi temi una volta che hanno invocato una ‘soluzione globale’.
E su questa base guardano con disprezzo alle piccinerie locali o nazionali, perché loro sì che c’hanno l’occhio lungo: loro sanno che la soluzione o è globale o non è.
Una volta che si sono messi in questa posizione panoramica sono soddisfatti: il punto di vista è quello giusto, il resto sono dettagli, e chi si attarda a discuterli è un reazionario.
Certo, poi quando gli chiedi chi è che dovrebbe porre questi problemi globali in una dimensione globale nell’interesse globale, beh, le risposte sono vaghe, evasive, spesso la domanda stessa viene vissuta come una provocazione: “Insomma, io ti ho dato la cornice giusta, se poi insisti sui dettagli sei un provocatore.”
Quei pochi che accettano la domanda abbozzano cose patetiche come “la Comunità Internazionale”, l’ONU, l’UE.
Il meccanismo mentale qui è per me di particolare interesse, perché questi soggetti applicano (credo inavvertitamente) un’antica lezione marxiana, ma lo fanno solo per una metà, quella comoda.
Marx infatti è il pensatore che ha insegnato al mondo occidentale a pensare in termini di strutture sociali complessive, guardando al ‘sistema’.
Solo che poi Marx andava sempre anche a vedere come funzionava il sistema reale, nella storia corrente, e solo a quel punto suggeriva soluzioni.
Questi invece si limitano alla parte comoda, allo sguardo panoramico, che ha anche il vantaggio di far sentire superiori al volgo coinvolto nei dettagli della vita di tutti i giorni. E sbottano impazienti rispetto a quelli che insistono a capire come quella ‘volontà generale’ dovrebbe diventare ‘volontà operativa’. Son dettagli che turbano la loro serenità e comunque l’unica cosa di cui sono certi a priori è che la risposta non può certo essere quella bruttura storica che è lo Stato-nazione

Fonte: Andrea Zhok

Allineati e coperti

L’articolo precedente poteva sembrare un elogio al misoneismo (mioneismo s. m. [comp. di miso– e del gr. νέος «nuovo»]. – Atteggiamento di avversione verso ogni novità, soprattutto nel campo politico e sociale, ma anche nella letteratura, nelle arti, nel costume, ecc.) (1)

E’ noto invece che la natura preserva la specie grazie alla varietà: è rimasta un mistero per 67 anni, cioè da quando, nel 1944, fu individuata una correlazione tra l’anemia falciforme – nota anche come anemia mediterranea –  e la protezione dall’infezione di malaria. La ragione è stata ora spiegata grazie a una nuova ricerca di un gruppo internazionale di scienziati, che ha scoperto in che modo le modificazioni strutturali dell’emoglobina tipiche dell’anemia falciforme impediscono lo sfruttamento delle risorse cellulari da parte di Plasmodium falciparum, il parassita che veicola la malaria.(2)

Ecco perché è sbagliato l’accanimento di Di Maio sul numero dei parlamentari quando invece bisognerebbe concentrarsi sulla loro rappresentatività: eliminando qualsiasi soglia e tornare al sistema proporzionale puro.

Il conformismo lamentato nel post precedente troverebbe così un antidoto naturale nella ritrovata convenienza alla diversità (che, ovviamente, non rientra negli auspici della nostra società massificata)


1. http://www.treccani.it/vocabolario/misoneismo/

2. http://www.lescienze.it/news/2011/11/13/news/ecco_perch_lanemia_falciforme_protegge_dalla_malaria-658612/

 

Nomina Numina

Nomina numina si usava dire: i nomi sono numi, le parole sono divinità. Sono cioè modi di determinazione, sono l’essenza delle cose; e, per una mente non ancora abituata alla visione razionale, sono le cose stesse. Inversamente, le cose esistono solo quando hanno un nome. Il mondo esiste come molteplicità, come realtà obiettiva altra da noi soltanto quando un nome distingue la stessa cosa da noi e dalle altre infinite, e la fa essere fuori dalla informe indistinzione.(1)

E’ stato facile per “i padroni del discorso” giocare su questo con le etichette destra/sinistra e attribuire a loro piacere all’uno o all’altro dei contendenti le qualità desiderate per manipolare l’elettorato.

Poi è arrivato il Movimento 5 stelle e il gioco non è più stato possibile.

Adesso ci sono le elezioni europee dove, sia pur proposti dai partiti, ciascuno corre da solo e, appena eletto, deve obbligatoriamente scegliersi il gruppo di appartenenza (2).

Questo sarebbe già un buon motivo per non astenersi.


1- http://www.culingtec.uni-leipzig.de/SILFI2000/abstracts/papers/Galvagno_co045.html

2- https://bondenocom.wordpress.com/2019/05/06/per-cosa-si-vota-il-26-maggio/

Questo paese 2

LETTERA A UN TRENTACINQUENNE
Amico mio, affermi con sicurezza di essere “europeista convinto” e che l’UE e l’eurozona non hanno nulla a che vedere con la tua condizione di disoccupato. Aggiungi che se ti sei visto passare avanti persone meno dotate, sveglie, qualificate e/o titolate di te è perché viviamo in un paese inquinato dalla corruzione, dal nepotismo, dalle clientele e dagli affari sporchi e che pertanto l’unico problema dell’Italia è che non esiste meritocrazia.
Nutro una stima illimitata nei tuoi riguardi, per le tue doti umane e le tue capacità. Diciamo pure che ti considero senza mezzi termini un “genio”. Sei uno studioso, hai una memoria formidabile e un’abilità straordinaria nella rapida risoluzione di problemi matematici complessi. Proprio in ragione del fatto che ti reputo una persona mediamente più intelligente e capace di me, mi risparmierò gli improperi che sarei tentato di rivolgerti. È evidente, però, che tu non abbia la minima cognizione circa le cause del perdurare di questa crisi, perché se solo avessi la voglia e la pazienza di aprire un testo a caso di un autore a caso di politica economica – visto che saresti dotato degli strumenti culturali per farlo senza grande sforzo – capiresti che il fatto che tu ti stia girando i pollici ha molto a che fare con l’UE e con l’euro.
Capiresti che ha certamente a che fare con il trade-off tra inflazione e disoccupazione e con la priorità che l’Unione Europea assegna alla stabilità dei prezzi a scapito dell’occupazione.
Capiresti che ha indubbiamente a che fare con l’ideologia liberale su cui si fonda l’edificio istituzionale europeo e con l’idea che la flessibilità salariale e la mobilità del lavoro siano gli unici strumenti di riequilibrio degli shock asimmetrici di domanda. In altri termini, amico mio, l’UE vuole che tu vada in Germania se desideri un lavoro oggi o, al limite, che ti accontenti di fare lo schiavo qui.
Capiresti che ha indiscutibilmente a che fare con l’insostenibilità dell’eurozona, posizione sostenuta da un numero crescente di pubblicazioni che ormai hanno inondato la letteratura scientifica di settore, e che l’unica speranza di farla funzionare risiede nel convincere la Germania e i suoi satelliti a socializzare le perdite di quelli che sono considerati da gran parte della classe dirigente e dei media (e di riflesso della popolazione) tedeschi degli untermenschen (leggi “PIIGS”) che hanno scialacquato per troppo tempo e adesso vanno puniti col rigore e la disciplina.
Capiresti che ha enormemente a che fare con i costi che devono sostenere i paesi aderenti all’unione monetaria che, rebus sic stantibus, superano di gran lunga i benefici. Quello che scrivo è sostenuto, lo ripeto di nuovo, da tutti gli economisti che hanno dedicato la loro vita allo studio dei fenomeni monetari e molti di loro ammonivano riguardo questa scelta già prima dell’adozione dell’euro in effetti, cioè in tempi non sospetti.
E capiresti soprattutto che ha spudoratamente a che fare con la questione centrale, che non è economica ma prettamente politica, e afferisce la cessione della sovranità nazionale e la rinuncia di un popolo all’esercizio della libertà di decidere per le sorti del proprio futuro per mezzo degli strumenti di partecipazione che la democrazia ci fornisce. Decidere per il proprio futuro senza subire le continue ingerenze esterne di organismi sovranazionali che non godono di alcuna legittimazione elettorale o le pressioni di soggetti terzi, espressione del potere economico, che vorrebbero conformare le istituzioni che regolano la vita di una collettività alle esigenze di profitto delle imprese di riferimento.
In effetti sarebbe stato sufficiente per te leggere o ascoltare le dichiarazioni degli attori che hanno guidato questo processo, perché è stato chiarito con una franchezza disarmante in più di un’occasione, anche se abbiamo fatto finta di non sentire, quello che ci aspettava. Aprire le orecchie di fronte a queste confessioni spudorate ti risparmierebbe molte ore di studio sull’argomento.
È necessario che tu comprenda che siamo una generazione sacrificata alla storia. Giovani – ormai ex – di buone speranze, tradite da un mondo che ruota al contrario rispetto alle aspettative alimentate dalle nostre famiglie d’origine e rispetto alla narrazione entusiastico-lisergica dei media. Giovani-vecchi che stanno dimostrando di non avere la minima consapevolezza della propria condizione di schiavitù psicologica. È l’effetto dell’indottrinamento, subito per troppi anni, che ha generato un’adesione acritica a questo modello di società e che ti impedisce di mettere in discussione assunti che non sono leggi divine immutabili o assiomi, né espressioni ineluttabili del corso imperioso della Storia. La tua condizione di miseria è strettamente legata a fattori ambientali che non riesci a interpretare o addirittura vedere. Non ti interroghi su cosa non vada, al di là di ciò che ti viene somministrato per via parenterale da chi ha tutto l’interesse acché le cose continuino a non andare e che tu non muova un dito per cambiarle. La focalizzazione sui fattori terzi, che sfuggono al controllo dell’azione individuale, è funzionale alla deresponsabilizzazione circa gli accadimenti che incidono sull’ambiente che ci circonda. Attenzione, non ti sto dicendo che non hai ragione a provare rabbia quando subisci un’ingiustizia perché c’è sempre il figlio di qualche potente che ti ruba il posto. Dico solo che i figli dei potenti rubano i posti in ogni luogo, anche nella virtuosa Germania, ma il problema centrale è che qui i posti sono sempre meno e per una scelta ben precisa. Per te è come se questi eventi non ci riguardassero perché fuori dalla nostra sfera di azione potenziale. Non ti interessi neanche lontanamente della rivoluzione che ha subito negli ultimi anni la disciplina che regola l’ambito lavorativo nel quale vorresti inserirti, né la liquefazione del diritto del lavoro, né la distruzione del sistema previdenziale pubblico o la contrazione della spesa che ha generato io blocco delle assunzioni in tutti i comparti. “Neanche lavoro, posso pensare all’impiego fisso o alla pensione?” mi ripeti. Sei molle, apatico, tendenzialmente depresso. Galleggi nell’inconsapevolezza di essere attore protagonista del futuro di questo paese e ti accontenti del ruolo di comparsa nello spettacolo che mette in scena la tua stessa vita. Pensi che soggetto e sceneggiatura siano già scritti e che la regia sia nelle mani di forze oscure.
Amico mio, scambieresti un ruolo da comparsa nella guerra con un ruolo da protagonista in una gabbia? Io no. Io sono italiano, mi sento italiano. Ricordi i valori risorgimentali che hanno animato le gesta dei giovani patrioti che hanno fatto l’Italia e che hanno dato la vita per questo nobile scopo? Ecco, loro avevano da perdere più di noi, ma l’hanno fatto. “Siam pronti alla morte”, dicevano. E hanno dato la vita per una bandiera. Per un popolo. Per un’identità. Sono gli stessi ideali che hanno nutrito lo spirito degli eroi della Resistenza, che hanno liberato il paese dall’occupazione nazifascista, senza temere la morte. Oggi siamo chiamati ancora una volta a combattere per la libertà, per l’unità nazionale, per i valori che nel 1948 abbiamo messo nero su bianco e che questo Moloch chiamato UE vorrebbe cancellare. Non ci è chiesto di dare la vita, almeno non nel senso letterale dell’espressione, ma di donare del tempo allo studio, alla comprensione di ciò che ci circonda e alla profusione di energie in un progetto di cambiamento vero, che non è quello che propone chi contribuisce da anni a distruggere l’esistente.
Tu sei pronto? Sei pronto a uscire dalla caverna? Sei pronto per squarciare il velo di Maya? Sei pronto per essere “scollegato”? Sei pronto per aprire gli occhi e vedere? Forse no, forse i tuoi occhi non sono ancora pronti per vedere.
Ma con te, o senza di te, ci libereremo.

Buon primo maggio!

[riflessione concepita e scritta il 01/05/2017, ma sempre attuale]

Gianluca Baldini FSI candidato sindaco a Pescara

 

Il loro bene

Inoltre, questi grandi riformatori si ritrovano regolarmente a fronteggiare un problema: i loro modelli perfetti non producono i meravigliosi effetti promessi, ma fanno danni. Per gestire questo problema, non potendo ammettere che il modello è sbagliato, reagiscono in due modi tipici:

a)spiegano che il modello non produce gli effetti promessi perché non è stato attuato abbastanza intensamente e radicalmente: se lo stalinismo non funziona ancora, è perché ci vuole più stalinismo, e se l’europeismo (l’euro, l’austerità, il mercato) non sta dando i risultati promessi e sta anzi producendo danni, ciò avviene perché ci vuole più europeismo (più euro, più austerità, più mercato) e più repressione delle voci critiche (fake news);

b)danno la colpa dell’insuccesso a un nemico interno, cioè inventano capri espiatori: i controrivoluzionari, gli eretici,  gli infiltrati, i revisionisti, gli ebrei, gli euroscettici, i sovranisti, i populisti, i complottisti, e naturalmente i fascisti in assenza di fascismo.

L’innovazione tecnologica e commerciale impone una incessante trasformazione dei modi di vivere e delle capacità lavorative della gente, anche dei lavoratori non più giovani, congiunta agli effetti dell’immigrazione di massa: una trasformazione sempre più veloce, non assimilabile quindi dalle persone e dalle comunità; e ciò determina tensioni e lacerazioni costanti, un vivere in forzatura, l’annientamento dell’autoregolamentazione morale della società. È tutto un vivere in emergenza e sulla corda soprattutto del debito, del mercato, del rating.  Anche il 3% come limite del deficit, privo di una base scientifica, fa parte di questo sistema di crisi cronicizzata, mantenuta come strumento di governo, di riforma costante e coatta, di logoramento della capacità di resistenza e reazione del popolo. Sempre più incompatibile con i bisogni e i limiti fisiologici dell’uomo, il rispetto dei quali dovrebbe essere il  primo tra i Diritti dell’Uomo ad essere riconosciuto, mentre neppure viene menzionato,

Dalla società solida si è passati a quella liquida e ora a quella gassosa. Ma l’uomo è un essere sociale, ossia il singolo ha bisogno di stare in rete valoriale e relazionale interattiva stabile, affidabile, anche per crescere, svilupparsi e vivere. Per avere scambi emotivi senza dei quali va incontro a degenerazione patologica. Questa evoluzione forzata che è in corso, propulsa dalle domande del capitalismo finanziario e dalle esigenze di gestire le destabilizzazioni che esso produce, sta quindi distruggendo le basi, i presupposti della formazione e dell’esistenza stessa delle persone, senza dare alcuno sbocco positivo o propositivo.

Marco Della Luna

estratto da http://marcodellaluna.info/sito/2019/04/20/non-e-tempo-di-resurrezione/

Esproprio proprietario

La generazione Erasmus, (dis)educata a sentirsi cittadina del mondo, ovvero del nulla, è precaria e guadagna poco. Difficilmente potrà comprarsi una casa, meglio convincerla a non avere nulla di suo, stabile, un nido da amare, un luogo dove tornare. Viandanti del nulla dipendenti dal consumo, innamorati di nulla e di nessuno, solo relazioni veloci. Del nostro passaggio nel mondo non deve restare nulla di forte, tantomeno di “nostro”. Siamo ombre, spettri a dimensione unica, l’unica traccia permessa è quella informatica.

Mezzo secolo fa lo cantava Patty Pravo: “Oggi qui domani là io vado e vivo così; senza pene vado e vivo così, casa qui io non ho, ma cento case io ho. Oggi qui domani dove sarò, qui e là io amo la libertà. Io amo la libertà e nessuno me la toglierà mai, oggi qui domani là, mi piace andare così, senza freni vado e vivo così.” Obiettivo raggiunto: la generazione di Imagine ha vinto cambiando bandiera. Dal rosso di allora all’arcobaleno liberal progressista.  Senza più un tetto, si illudono di essere di casa ovunque.

Qualcuno vince e ci usa come materiale. I proprietari di tutto non credono affatto alle idee che diffondono alla plebe sottostante. Tuttavia, neanche loro vivono bene, sempre più asserragliati nelle loro proprietà tra sensori e filo spinato, guardie armate e divieti di accesso per noi. Più astuti dei comunisti di ieri, ci drogano di false libertà, ma nei fatti siamo solo liberi di correre in tondo come il criceto nella gabbia, simili ai rematori dei galeoni al ritmo del tamburo. E se io rivendicassi la libertà di stare fermo, contemplare, amare, riflettere sulla mia finitudine che conduce a Dio?

Nel mondo in affitto, non possiamo essere nulla ma possiamo avere tutto a pagamento per un attimo, per poi desiderare qualcos’altro. Ma niente deve essere nostro, nulla deve rimanere di noi, neppure il ricordo. I nostri benevoli padroni non vogliono e ci fanno credere che questa è la vita, la felicità, il destino naturale. Tra valigie fatte e disfatte, consumo e piacere rapido e obbligatorio, l’uomo torna bestia senza l’innocenza dell’animale: vite ridotte a strani, oscuri interludi sullo schermo elettrico di Dio Padre (Eugene O’Neill). O sul lussureggiante showroom del Dio Mercato, ultimo monoteismo.

ROBERTO PECCHIOLI

https://www.maurizioblondet.it/la-vita-a-noleggio-lesproprio-proprietario/