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redazione bondeno.com

Dove va la scienza medica?

La medicina occidentale moderna è pertanto una medicina materialista, meccanicista, riduzionista, che non vede l’uomo nella sua totalità ed è quindi incapace d’inquadrare la dialettica salute/malattia nella giusta prospettiva. Un esempio pratico basterà a chiarire il concetto. Un uomo, ammalato di cancro in fase avanzata, e dato per spacciato dai medici, decide di curarsi da sé e si rivolge a un bravissimo naturopata, seguace del compianto iridologo Luigi Costacurta, a sua volta seguace del medico cileno Manuel Lezaeta Acharan. Rifiutando la chemioterapia e curandosi solo con prodotti e metodi naturali, ottiene di far regredire il tumore, tanto che i medici dell’ospedale quasi non credono al suo miglioramento. E tuttavia, ecco il punto, nessuno gli chiede cosa abbia fatto, o non fatto, nei mesi durante i quali l’hanno perso di vista; nessuno di essi manifesta la minima curiosità di sapere come si è curato. Il sapere è figlio della curiosità, ma  pare che questa sia un oggetto sconosciuto presso i medici occidentali moderni. La sola spiegazione che hanno dato del fenomeno è stata che, ogni tanto, in casi statisticamente molto rari, avviene una regressione spontanea del tumore: e tanto ad essi basta. Non sono interessati a saperne di più; non  hanno nulla da imparare oltre a ciò che hanno studiato all’università e che c’è scritto nei loro manuali diagnostici. Inutile dire che in questo modo la scienza smette di progredire e si fossilizza. Dove essa avrebbe potuto arrivare, compresa la sua branca medica, se si fosse liberata di questa presunzione autoreferenziale?

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/dove-va-la-scienza-medica-di-cui-siamo-tanto-fieri

Il senso della vita

Angelo Morbelli, a partire dal 1883 i temi pittorici di Morbelli si orientano verso l’interpretazione della realtà. In particolare cominciò a rappresentare gli anziani ricoverati nel Pio Albergo Trivulzio  

La sospensione forzata di ogni attività avrebbe dovuto farci riflettere sul fatto che l’uomo è fatto per vivere in comunità, mentre i provvedimenti presi per “conte-nere” l’epidemia hanno esaltato il distanziamento sociale.

Il Movimento Comunità era un partito politico italiano di orientamento federalista, socialista e liberaldemocratico.[2]. Fondato in Piemonte nel 1947 per volontà dell’imprenditore progressista Adriano Olivetti, per simbolo aveva una campana adornata da un nastro con la scritta Humana Civilitas.

Leggetevi la sua storia su Wikipedia se volete capire quello che abbiamo perso…

Invece abbiamo preferito la strada del capitalismo (la ruota del criceto), così efficacemente anticipato da Duchamp nella sua opera “il grande vetro”, realizzata tra il 1915 e il 1923.

Futuro distopico

di Riccardo Paccosi

Dagli inizi degli anni ’10 del secondo millennio sino a oggi, abbiamo visto susseguirsi tre diverse narrazioni ideologiche:
a) l’austerity, che ha interrotto e invertito il processo di cetomedizzazione nelle società occidentali;
b) un nuovo ecologismo legato alle aziende della green economy e promosso da istituzioni sovranazionali come il FMI, incentrato principalmente sul tema dei consumi di massa (e quindi sul tenore di vita dell’ex-ceto medio);
c) la Shut-In Economy generata dall’emergenza pandemica, che riprende sia il tema austeritario che quello della sostenibilità.
Tre strategie diverse, un unico phylum ideologico.

File alle mense della Caritas

Il tratto comune, difatti, è rappresentato dalla necessità di un impoverimento di massa e dall’assumere lo stato di crisi permanente proprio del capitalismo a levatrici d’una nuova teleologia del mondo.
In sostanza:
a) l’austerity ha fatto assurgere lo stato d’eccezione – collegato a emergenze e crisi come il rischio default degli Stati – a condizione permanente;
b) il nuovo ecologismo neoliberale ha riportato all’insostenibilità non tanto dei modelli di accumulazione, quanto dei consumi di massa alla base, ponendo quindi le basi per un ragionamento neo-malthusiano sulle risorse;
c) la Shut-In Economy e il paradigma del distanziamento sociale, traggono le conseguenze da queste premesse per organizzarle in una società trans-umanista in cui:

  • la scienza sanitaria domini sulla politica in quanto latrice di verità assoluta;
  • la telematizzazione e le misure di bio-tracciamento tolgano all’uomo e alle sue relazioni sociali – ormai insostenibili rispetto alle risorse disponibili – il ruolo di telos della storia;
  • l’apparato tecnologico-macchinico che garantisce tutto questo, assurga a orizzonte finalistico della riproduzione del sistema sociale.

https://www.controinformazione.info/stato-deccezione-strategie-diverse-ma-unica-lideologia-per-la-trasformazione-in-atto/

Telescuola

E la dice lunga sul futuro la sperimentazione in atto con lo smartworking e la “telescuola” che fa rimpiangere i tempi beati del maestro Manzi, se si tratta di test che dimostrano chiaramente la volontà di praticare su larga scala la riduzione del contributo dell’intelligenza umana, della capacità di scelta e decisione, promuovendo isolamento, eclissi delle relazione che favoriscono riconoscimento identitario, di ceto e categoria, in modo da contrastare ogni possibile partecipazione al processo lavorativo, reprimere ogni istanza di interazione spontanea in quello di apprendimento, per non parlare nemmeno delle possibilità di tutelare interessi in forma collettiva.

Così è solo apparentemente paradossale che dopo che per anni pedagoghi, psicologi, moralisti hanno denunciato l’abuso di cellulari, pc, play station, giochi virtuali da parte dei minori, affidati alle varie baby sitter informatiche e elettroniche, adesso nello stato di eccezione, ma sempre più prevedibilmente in un domani, tutto concorra alla diffusione generalizzata dell’istruzione digitale, destinata a ridurre sempre di più il personale insegnante e a sviluppare sempre di più il ruolo dei genitori, senza nonni, chiusi nella propria abitazione per motivi sanitari fin dai 60 anni, come sostegno didattico, educativo e  di sorveglianza.

Sono le nuove frontiere delle privatizzazioni, le famiglie che non possono permettersi le scuole parificate, quelle straniere, hanno davanti a sé un futuro di confinamento, padri e figli, al desk, ammesso che possano permettersi pc, modem, rete, in quella nuova e originale istituzione totale chiamata casa, sempre che ce l’abbiano.

Tutti in galera

Narco-individualisti

Fonte: Luca De Netto

Ci hanno isolato gli uni dagli altri. Ci hanno messo gli uni contro gli altri. Hanno fatto in modo che la rabbia si riversasse contro fantomatici irresponsabili. Hanno speso soldi pubblici (cioè nostri) per droni, pattuglie, elicotteri per dare la caccia al cittadino. Hanno lasciato gli anziani abbandonati e isolati. Ora dicono che i nonni non dovranno più rivedere i nipoti. Metteranno plexiglas tra marito e moglie quando usciranno a cena. Basterà una voce di popolo per distruggere l’attività di un parrucchiere, un ristoratore, un esercente e mandare sul lastrico le famiglie. E tutto ciò per colpa nostra. Per la nostra paura irrazionale. Perchè non ci siamo resi conto fin dall’inizio che un virus che gira soprattutto negli ospedali perché il personale è stato abbandonato e gettato allo sbaraglio dalle scelte politiche, non poteva essere gestito con l’isolamento sociale, con la psicosi, con il panico. Un anziano vorrebbe trascorrere quello che gli resta da vivere in compagnia di figli e nipoti, non da solo senza nessuno. Un ammalato cronico vorrebbe vedere il sorriso degli altri, sentire l’affetto. Non rimanere in un bunker freddo bombardato dalle notizie della televisione. Una qualsiasi persona normale vuole vivere a contatto con gli altri, avere relazioni, incontrarsi. Una qualsiasi persona normale vuole vivere, non essere rinchiusa in una gabbia di plastica. L’uomo è essenzialmente un essere sociale. Uccidere la sua socialità, isolarlo, è uccidere l’uomo. È l’idea malvagia di scienziati pazzi. Un virus è un aggregato biologico. Non è un essere vivente. L’uomo è la creatura più complicata ed affascinante dell’universo. E non vive di solo pane. Anche perché inizia a mancare anche quello…

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/ci-hanno-isolato-gli-uni-dagli-altri-ci-hanno-messo-gli-uni-contro-gli-altri

Triage

’etica delle decisioni

In casi come questi, come fa un clinico a decidere a chi dare priorità di trattamento? L’obiettivo generale è quello di salvare il maggior numero possibile di vite, ma le strade per raggiungerlo sono diverse. Lo sviluppo di protocolli per il triage, in particolare, può seguire tre approcci diversi: l’utilitarismo, l’egualitarismo e il proceduralismo.

L’approccio utilitaristico si basa sulla premessa che gli operatori sanitari debbano massimizzare il benessere collettivo, misurato tramite una serie di indicatori di intervento tra cui, per esempio, il numero di vite salvate o il numero di anni di vita salvati. E in questo approccio la scelta dell’indicatore è cruciale per sviluppare il protocollo: se si sceglie di massimizzare gli anni di vita salvati, il medico dovrà dare priorità ai pazienti più giovani rispetto a quelli più anziani.

Il principio dell’egualitarismo, invece, prevede che le risorse e gli interventi sanitari siano distribuiti a chi ne ha bisogno in modo paritario, indipendentemente dai singoli esiti: in caso di risorse insufficienti, la priorità potrebbe semplicemente seguire la regola del first come, first served – il primo che arriva viene servito.

L’approccio procedurale, infine, prevede che le priorità siano stabilite a seconda dell’appartenenza del paziente a un determinato gruppo (per esempio la cittadinanza o il fatto di avere o meno un’assicurazione sanitaria): si tratta di un approccio che se da una parte semplifica le procedure di triage e la trasparenza del trattamento, può portare in alcuni casi – vedi l’esempio dell’assicurazione sanitaria – ad avvantaggiare la fasce più ricche della popolazione.

l’allocazione in un contesto di grave carenza (shortage) delle risorse sanitarie deve puntare a garantire i trattamenti di carattere intensivo ai pazienti con maggiori possibilità di successo terapeutico: si tratta dunque di privilegiare la maggior speranza di vita […]. Questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive di tipo first come, first served. Le raccomandazioni sono state stilate, oltre che per rendere espliciti e trasparenti i criteri di priorità dei trattamenti, anche per “sollevare i clinici da una parte della responsabilità delle scelte, che possono essere emotivamente gravose”.

Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), che ha appena pubblicato un documento

Coronavirus, come funziona il triage (e come decidere chi curare per primo)

Quanto sono buoni i buoni?

È stato possibile identificare sette ONG che, essendo attive presso la Corte, includono tra i loro ex collaboratori almeno una persona che è stata giudice permanente della CEDU dal 2009. Questi sono (in ordine alfabetico) il Centro AIRE ( Centro per i diritti individuali in Europa), Amnesty International, Commissione internazionale dei giuristi (ICJ), Comitato di Helsinki e rete di fondazione, Human Rights Watch (HRW), Interights (Centro internazionale per la protezione giudiziaria dei diritti umani ) e Open Society Foundation (OSF) e le sue varie filiali, in particolare Open Society Justice Initiative (OSJI). (…) Questa tabella non menziona le persone che hanno partecipato, anche su base regolare, a riunioni e conferenze organizzate da queste ONG o alle loro iscrizioni personali. Infine,

E non si tratta solo di giudici:

Questo fenomeno non si limita ai membri della Corte. Ad esempio, Nils Muižnieks, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa dal 2012 al 2018, è stato anche direttore dei programmi dell’Open Society of Latvia fino al 2012. Nel 2009, ha spiegato che l’Open La società vuole creare un nuovo uomo – l’homo sorosensus [in riferimento a Soros] – l’uomo della società aperta, al contrario dell’homo sovieticus. Nel corso delle sue funzioni, ha condannato diverse iniziative del governo ungherese, in particolare il cosiddetto disegno di legge “anti-Soros”

L’azione di Soros fu mirata verso i paesi dell’Est, più fragili e più manipolabili dopo la caduta dell’URSS:

I giudici che, prima della loro nomina, erano impiegati o dirigenti ufficiali di ONG provengono principalmente da Albania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Ungheria, Lettonia e Romania. Ad esempio, in Albania, un paese povero segnato dalla corruzione, due dei tre candidati alla carica di giudice nel 2018 erano leader della Open Society Foundation e uno di loro è stato eletto. Tuttavia, la Open Society Foundation ha investito oltre 131 milioni di dollari in questo paese dal 1992. Allo stesso modo, gli ultimi due giudici eletti nei confronti della Lettonia sono collaboratori della Riga Law School, fondata dalla Fondazione Soros dalla Lettonia, che ha investito oltre 90 milioni di dollari in questo paese tra il 1992 e il 2014. Gli ultimi due giudici bulgari provengono anche da ONG sostenute dall’OSF.

Queste ONG partecipano a tutte le fasi di determinazione dell’elenco nazionale di proposte per le domande dei tre giudici. La scelta sarà logicamente rafforzata dalla presenza all’interno dell’organizzazione, di persone già appartenenti alla rete Soros. L’obiettivo è semplice: impiantare un certo tipo di visione del mondo:

La Open Society Foundation (OSF) si è affermata come l’organizzazione più ricca e influente del settore. Attraverso la sua politica di fondazione e finanziamento di altre organizzazioni, si è posizionata ai vertici di un’importante rete di ONG. Tuttavia, gli obiettivi e l’azione dell’OSF suscitano tanto entusiasmo quanto preoccupazioni e domande. Oltre alle sue azioni geopolitiche, l’OSF milita e finanzia iniziative a favore, ad esempio, della libertà di espressione, dell’educazione dei rom, nonché della liberalizzazione delle droghe, della prostituzione, del sesso aborto, comportamento LGBT o diritti di rifugiati e minoranze. All’interno della rete OSF, l’Open Society Justice Initiative è specializzata in contenziosi legali. Questa organizzazione, come alcune altre, sono di supporto a queste istituzioni.

Le interazioni durante la gestione dei casi sono inevitabili e i risultati sono visibili:

Dal 2009, ci sono stati almeno 185 casi che hanno dato luogo alla pubblicazione di una decisione della CEDU in cui almeno una delle sette ONG da cui sono stati estratti i giudici ha agito visibilmente. In 72 di esse, almeno una di queste ONG ha agito chiaramente come richiedente o come rappresentante legale del richiedente. Durante lo stesso periodo, anche queste ONG sono state autorizzate a intervenire come terzi in oltre 120 casi che hanno dato luogo alla pubblicazione di una sentenza.

E arriviamo a situazioni onnipresenti, in cui una ONG diventa un partito e giudica, come nel caso delle Pussy Riot, che ha condannato la Russia:

Possiamo anche citare qui lo strano caso del Pussy Riot (caso Mariya Alekhina e altri v. Russia 2018) che sono stati difese davanti alla CEDU da un leader della Open Society Justice Initiative, il signor Yonko Grozev, poco prima fu eletto giudice della stessa corte.

Questi strumenti del mondo globale stanno andando alla deriva a causa della loro stessa radicalizzazione. Ma sono riformabili? Prendi l’esempio della CEDU.
È possibile proporre misure legali per rafforzare l’indipendenza dei giudici europei, non solo dagli Stati come previsto, ma anche dalla società civile e dai suoi guru? Tecnicamente sì, è possibile. In particolare prevedendo incompatibilità di funzioni, il divieto di partecipare a seminari, ecc. Ma in questo caso, l’istituzione funzionerà ancora?
Ne possiamo dubitare, perché non sarà più di alcun interesse, proprio perché non svolgerà più il suo ruolo in questo mondo. Se potesse funzionare al di fuori della globalizzazione ideologica, in altre parole al di fuori di questomondo, ciò significherebbe che questa globalizzazione ideologica non esiste più. Non tutte le istituzioni sono riformabili e le numerose conferenze (Interlaken, Izmir, Brighton, ecc.) Per raggiungere un consenso tra i paesi membri e il Consiglio d’Europa, al fine di sapere dove collocare il compromesso non hanno ancora reso possibile risolvere questo conflitto fondamentale, poiché la Corte non intende mettere in discussione la sua svolta ideologica.

Questi esempi illustrano perfettamente l’impasse del modello globalista , che ha bisogno che i paesi poveri siano poveri perché i paesi ricchi siano ricchi, e quindi un individuo modellato dalla legge sui diritti umani, avendo perso le sue ragioni e le sue radici, omologato e acritico, può applaudire e indignarsi a comando, in società artificiali innaturali, che possono accettare questo ordine di cose senza fare troppe domande (o porre solo le domande giuste ).

È questo il mondo di cui abbiamo bisogno?

Karine Bechet-Golovko

Fonte: Reseau International

Traduzione: Luciano Lago

Eric Voegelin

Era questo, in estrema sintesi, l’assunto centrale delle tematiche care a Eric Voegelin – dimenticato, ma non da tutti, maestro di filosofia e lettore dei “nostri” tempi – che nei suoi scritti spiegò bene quanto «in questa società massificata quel che manca è proprio… la consapevolezza dell’individuo» (4). Un individuo, in altre parole, che pensa di poter aver un ruolo attivo nei processi decisionali ma che, invece, lo è solo in un susseguirsi scenografico di metodi di rappresentazione (in qualunque forma essi si palesino, dalle tradizionali elezioni a quelle virtuali sulle piattaforme pentastellate passando per le primarie amatriciane piddine), previsioni legislative, regolamentazioni amministrative, assistenza e tutela statale.

Non a caso più sono perfetti i meccanismi per il movimento dell’intero quadro istituzionale – oggi resi tali da realtà sovranazionali come l’UE e dal cosiddetto “turbocapitalismo” monolitico – tanto minore risulta la possibilità di una partecipazione effettiva, dal basso, non manipolata, dismessa – con boria da buona parte di sociologi, politologi, economisti e quanti altri allineati e inglobati nella matrix democratista – come proposta anacronistica, se non risibile.

In tal senso la figura dell’intellettuale rappresenta la cartina di tornasole della deriva delle nostre società: l’uomo colto, il sapiente, il filosofo, finisce per essere fagocitato nel complesso organismo di cui si è detto svolgendo, per esso, una funzione tra le tante ben lontana dalla mission platonica di “uscire dalla caverna”. Da ciò, già nel 1977, Norberto Bobbio aveva messo in guardia: ancor prima dell’entrata in scena dei palcoscenici mediatici delle Tv private e del social web egli aveva previsto quanto sarebbe stato inevitabile per l’intellettuale assumere, magari inconsapevolmente, un ruolo funzionale al potere fino a divenirne un efficace strumento di razionalizzazione (5).

La destoricizzazione della cultura e la fine dello Stato nazionale hanno velocizzato e incoraggiato tutto ciò. Ed il risultato è piuttosto paradossale: il “concetto” ha sostituito le cose e i rapporti concreti, la “persona” l’individuo, la “personalità” le sue caratteristiche, lo “Stato” l’equilibrio precario delle forze collettive, la “Chiesa” e la “religione” hanno surrogato ogni interiorità che non si disponga sul piano di una morale convenzionale. Tutto, dunque, «risponde alle esigenze di un ordine prestabilito, che è la sola garanzia di vita societaria» (6).

Il caso italiano fornisce un’irrinunciabile esempio di questo paradosso: oggi è molto più difficile svolgere un ruolo etico positivo rispetto all’Italia tra le due guerre. La storia della censura del Secondo dopoguerra rivela – a chi voglia leggerla senza pregiudizi ideologici né derive revisionistiche – una triste verità: «Togliamoci dalla testa l’idea che, finito il fascismo, finita la guerra, sia finita l’attività censoria di controllo della libertà di espressione» (7).

Anzi, tutt’altro: a differenza di Trotskij a Mosca e degli Strasser a Berlino è stato molto più semplice per Croce avere un ruolo più politico che filosofico durante il Ventennio – pubblicando indisturbato le annate de “La Critica”, stilando “Manifesti” e dirigendo egocentricamente il catalogo delle edizioni Laterza – che per Arrigo Cajumi scrivere su “Il Mondo” un articolo sulle responsabilità di Don Benedetto davanti al fascismo, per Gioacchino Volpe difendersi dall’epurazione antifascista ai Lincei o per Renzo De Felice condurre placidamente i suoi studi su Mussolini qualche anno dopo.

E l’elenco potrebbe continuare rievocando «la costante, aggressiva corrosione dell’idealismo da parte della cultura comunista del dopoguerra da “Rinascita”, a “Società”, al “Contemporaneo”» nonché i «micidiali interventi censori dell’apparato editoriale comunista, fin dalla prima edizione dei “Quaderni” di Gramsci, o alle becere interdizioni democristiane di accesso a “libri proibiti”» (8).

Quale la premessa, la radice di tale paradosso? La risposta è rinvenibile nelle pagine ancora attuali di Adorno e Horkheimer sul potere contemporaneo che si è imposto nel Secondo dopoguerra “senza fretta ma senza tregua” ricorrendo «attraverso i Mass Media a un’azione “preventiva” di condizionamento che abituando l’individuo ad una ricezione passiva e meccanica dei messaggi, gli introgetta un’immagine predeterminata, univoca ed asettica della realtà che “lo persuade” ad adottare un tipo di linguaggio e di comportamento impersonale e stereotipato, con l’effetto finale di inibirgli sia le funzioni immaginative che quelle critico-riflessive» (9).

Una persuasione, quindi, non meno violenta della forza coattiva ma molto più sottile, paralizzante, insidiosa e inattaccabile che fa della democrazia un democratismo il quale trae la sua linfa vitale nel determinismo di derivazione marxista che rigetta, per sua natura, qualsiasi intellettualità o filosofia.

Destrutturata la cultura, insomma, il “marxiano” 2.0 viene usato «indiscriminatamente a fini demagogici e di potere, senza mai contare gran che nella pratica di una decisione politica» trasformando gli epigoni dei censori del Secondo dopoguerra in “gerarchi” del pensiero unico, «mezze-figure, capipopolo senza scrupolo dediti esclusivamente alla soddisfazione di ambizioni insaziabili e al proprio tornaconto personale» (10).

Figure deprecabili, certo, ma che purtroppo confermano, non a caso, l’assunto di Voegelin secondo il quale «ogni società riflette nel suo ordine il tipo di uomo del quale si compone» (11).

Roberto Bonuglia, 1 febbraio 2020

Note

1) R. P. Wolff, Barrington Moore Jr., H. Marcuse, A Critique of pure tolerance, Boston, Beacon Press, 1965.

2) J. L. Talmon, The Origins of Totalitarian Democracy, Londra, Secker & Warburg, 1952.

3) P. Simoncelli, intervento al Convegno Oltre Salerno. Benedetto Croce, Ignazio Silone e la loro attualità politica, del 28 settembre 2014, ora in G. Di Leo, Atti del Convegno di Pescasseroli e Pescina, Roma, Aracne, 2015, p. 162.

4) G.F. Lami, La riforma della rivoluzione, in Caratteri gnostici della moderna politica economica e sociale, Roma, Astra, 1980, p. 19.

5) N. Bobbio, Gli intellettuali ed il potere, in «Mondoperaio», del novembre 1977, pp. 63-72.

6) G.F. Lami, La riforma della rivoluzione, cit., p. 39.

7) P. Simoncelli, cit., p. 162.

8) Ivi, p. 161.

9) T.W. Adorno, M. Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966.

10) G.F. Lami, La riforma della rivoluzione, cit., p. 16.

11)  E. Voegelin, Die Neue Wissenschaft der Politik, Monaco, Anton Pustet, 1959, pp. 93-95.

Il ’48

Il Lombardo-Veneto?   “E’ stato  il primo paese italiano a prender sul  serio la questione ferroviaria”, scriveva il Cavour. E mica per la linea Milano-Monza che funzionava dal 1838. No, il governo asburgico ha deciso da tempo la ferrovia Milano-Venezia, progetto che tarda a realizzarsi “per la deplorevole apatia,  che  potrebbe anche definirsi colpevole, de capitalisti milanesi”. Solo l’intervento “potente  e generoso”    dell’amministrazione absburgica  sta permettendo di superare  le difficoltà. “Bisogna ammettere che  in questo frangente il governo di Vienna ha dato prova, nei  confronti dei sudditi italiani, di sentimenti tanto illuminati quanto  benevoli”.

Maria Teresa voleva  il 4 per cento. Soltanto.

Sorprendente no? Milano-Monza,   la ferrovia è di una trentina di chilometri; Vienna lancia  un progetto di quasi 300 chilometri di strada ferrata – dimensione grandiosa per l’epoca  – e i “capitalisti milanesi”  reagiscono con “apatia che potrebbe definirsi colpevole”.  Che tipo di capitalisti erano?

Recenti, anzitutto.   Li aveva –  letteralmente  – creati Maria Teresa.  Decisa a ricavare dalla Lombardia più  del milione di ducati l’anno che essa aveva reso alla Spagna  (che vi aveva lasciato crescere cose come il brigantaggio e il latifondo incolto) l’imperatrice  aveva disposto la creazione del catasto.  Si trattava di stabilire chi fossero i proprietari dei terreni  “nel labirinto di manomorte, ipoteche, eredità contestate, diritti feudali e diritti demaniali”, e quanto valessero: ne fu incaricato Pompeo Neri, economista fiorentino, che ci mise  dieci anni per venirne a capo.  Quando il catasto entrò in vigore nel 1760, l’imperatrice stabilì: i proprietari devono pagare sul loro patrimonio terriero il 4 per cento del valore accertato.  Gli  aristocratici lombardi, che prima non s’erano occupati troppo di far rendere i loro beni terrieri,  si trovarono di colpo obbligati o a subire una tassazione sproporzionata al reddito, o a darsi da fare per far rendere i loro campi più  quel 4 per cento.  Quel che avessero guadagnato in più, si noti, non sarebbe stato tassato.  Guadagno puro.

Precedenti di semi-industrializzazione agricola  non erano mai mancati in Lombardia. Basti pensare alle marcite dei cistercensi che permettevano   nella valle padana tre raccolti  di fieno l’anno, il che consentiva di alimentare grandi quantità di bestiame e quindi sviluppare l’industria casearia.  O al  baco da seta,  che impiegava le famiglie contadine non solo nella coltivazione  del gelso, ma poi nelle filande e ai telai.  Incitati dalla modesta tassazione, i capitalisti lombardi trovarono conveniente reinvestire –  il surplus lucrato ed esente da imposte – in attrezzature agricole moderne, sistemi d’irrigazione, stalle, granai, essiccatoi e venne naturale lo sbocco “industriale” del sovrappiù   agricolo: filature e tessiture di lana, seta  e “tela d’India”, caseifici,  concerie, mulini,  poi  ferriere… Aiutati non poco dai dazi protettivi che l’impero aveva steso sulle loro produzioni:  nessuna industria si  sviluppa senza protezionismo.

Che questi capitalisti non guardassero col  dovuto, dinamico entusiasmo l’idea di unire  Milano a  Venezia, si spiega col fatto che ciò esponeva la fiorente industria lombarda nata dalla terra alla concorrenza intra-imperiale.  La prospera regione sarebbe stata collegata troppo da vicino all’Est dell’impero, più  sviluppato.   I neo-imprenditori cominciarono a lamentare che le lane del Tirolo facevano concorrenza ai loro lanifici. La Milano degli affari cominciò a rendersi  conto che nell’impero era solo una delle molte città industriali in concorrenza  fra loro  – e a quel tempo era Praga all’avanguardia dell’industria metalmeccanica – e  che le sarebbe convenuto essere la prima in una paese  come l’Italia futura, industrialmente arretrato e protetto dai dazi.

Fu in quegli anni che i Federico Confalonieri, i Melzi d’Eril, i Serbelloni, i Trivulzio,  i  Casati e i Clerici  , i  Porro Lambertenghi (miliardari, i primi ad impiantare a Milano una filanda a vapore)  presero a nutrire sentimenti anti-austriaci, patriottici e filo-inglesi.  Alcuni “cospirarono”  da carbonari  nel 1821 con Silvio Pellico (istitutore dei Porro Lambertenghi)  e Maroncelli,  come il  conte  Federico Confalonieri  (il primo milanese ad avere i caloriferi nel palazzo) che fu una specie di Giangiacomo Feltrinelli dell’epoca   e fu incastrato dalla  confessione alle polizia austriaca del  co-cospiratore marchese Pallavicino-Trivulzio.   I rivoluzionari si  chiamavano in correo con tanta facilità, che lo stesso inquisitore , il trentino Antonio Salvotti (“il perfido Salvotti”  nella propaganda patria) si affrettò a chiedere l’indagine sennò avrebbe  dovuto chiudere allo Spielberg l’intera nobiltà-imprenditoria  milanese.

Sicché quando nel 1848, sedate  le Cinque Giornate, il popolino  rivide entrare a cavallo l’ottantenne  Maresciallo Radetzky , gli fece ala gridando: “Radèschi, in stà i sciuri” –  i ricchi  –   a  fare il Quarantotto, espresse  una analisi politica notevole nella sua brevitas.

In realtà  alle Cinque Giornate il popolino aveva  partecipato con una violenza estrema, strada per strada. Ma poi aveva visto arrivare i piemontesi, le truppe savoiarde di Carlo Alberto, e…  La Pellicciari dà la parola a Gramsci: “La Lombardia non voleva essere annessa come una provincia al Piemonte: era più progredita intellettualmente,  politicamente, economicamente”.

Diciamo che se c’è una cosa che unì il  Lombardo Veneto alle due Sicilie, fu – come chiamarlo: delusione? Malcontento?  Rabbia per la spoliazione?   – davanti al  metodo savoiardo del patriottismo.

I capitalisti senza capitale

Se vi pare che stia parlando di cose storiche e passate, guardate meglio. Di ferrovie la Pellicciari torna a parlare  a  proposito della concessione “dell’intera rete ferroviaria del regno delle Due Sicilie” a due patrioti, il banchiere livornese Pietro A. Adami e il gran maestro della Massoneria Adriano Lemmi , e di quel che ne disse, il 6 ottobre 1860, il deputato Carlo Poerio, napoletano. Poerio segnala che quel contratto, stipulato dal “governo rivoluzionario  della Sicilia” (ossia da  Garibaldi), vincola per lunghi anni l’avvenire delle provincie [meridionali], le sottopone all’onere immenso de 650 milioni di lire […]  ed assicura inoltre  alla concessionaria l’utile netto del 7 per cento senza sborsare un obolo del proprio”.

Adriano Lemmi . Livornese. Come Carlo Azeglio Ciampi di venerata memoria. Concessionario.

Erano nati –  particolarità italiana – i “capitalisti senza capitale”,   e senza bisogno di averne uno loro perché glielo regala lo Stato.  La  tradizione continua infatti con i Benetton a cui il D’Alema   diede in concessione le Autostrade IRI consentendo  loro i lucri che sappiamo  – e gli effetti che abbiamo visto a Genova.

 

L’articolo DI FERROVIE PATRIE E CONCESSIONI (AI PATRIOTI) proviene da Blondet & Friends.